Christiana de Caldas Brito

Due falò

Forse perché sono stata creata in campagna e da bambina mi piaceva salire sugli alberi. Forse perché avevo una quercia in fondo al giardino. Mi arrampicavo sul suo tronco liscio fino agli ultimi rami. Lassù, nessuno mi disturbava. Restavo in alto, le gambe che penzolavano in aria, a leggere. Non mi interessava il mondo di sotto, la realtà di casa mia. La quercia e i libri erano la mia realtà. Nascosta tra il fogliame dei robusti rami, con la lettura imparavo la vita.

Se cominciassi così, la mia potrebbe essere la normale storia di una ragazza qualunque. In realtà, è una terribile storia.

A scuola andavo bene, le mie compagne erano brave ragazze. Per i miei familiari, l’unico mio problema era stare sempre a leggere in alto alla quercia. “Un giorno, butto giù quell’albero”, diceva papà. Io gli rispondevo che di querce ce n’erano tante, che ne avrei trovata un’altra su cui arrampicarmi. Ma temevo che mettesse in atto le sue minacce. La mia quercia non era affatto come le altre. Oltre ad essere la più alta, era stato tra i suoi rami che avevo seguito le marachelle di Max e Moritz e che avevo pianto per la sfortunata vita di Anne Frank. Molte volte avevo lasciato senza risposta le chiamate di mia madre, non perché non le avessi voluto rispondere, ma perché la mia attenzione era su un fragile e biondo bambino che amava una rosa o perché ero stravolta dal cambiamento di un pacifico dottore in un crudele assassino. Sulla quercia, mi domandavo com’era possibile che un uomo normale si svegliasse trasformato in uno schifoso insetto o come mai una ragazza attraversava degli specchi e si avventurava in un mondo sconosciuto. I libri mi preparavano, a mia insaputa, ad affrontare quello che sarebbe stato un non facile destino.

Mia madre mi aveva spiegato come una ragazza diventava donna. Ci sarebbe stato un segnale. “In quei giorni, non potrai salire sulla tua quercia”, mi disse.

Diventai donna con Il Conte di Montecristo, in alto alla quercia.

La mia vita non era cambiata un granché; mi sentivo la ragazza di sempre, con le stesse abitudini semplici e la bizzarria di leggere in alto al mio albero. Continuai ad andarci anche in “quei giorni”. Con il buio rientravo a casa e anche se un’inattesa pioggia mi obbligava a lasciare la quercia, lo facevo solo quando sentivo le grida di mamma, intercalate dalle gocce: “Gianella, scendi che piove!”.

Una volta, avevo portato in alto alla quercia i miei compiti di francese e matematica. Era quasi notte quando scesi. Stavo per raggiungere la veranda di casa quando Leonardo, il più odioso degli amici dei miei fratelli, si avvicinò a me e, come se volesse raccontarmi un segreto, cercò di baciarmi in bocca. Quell’antipatico si meritava uno schiaffo ma avevo le mani piene di libri. Gli diedi una ginocchiata al posto giusto. Nonostante il buio, risalii sulla quercia per consumare la mia rabbia.

Leonardo non ci provò più. A dire il vero, a Nicolò avrei concesso volentieri un bacio, ma Nicolò era timido e a baciarmi non aveva mai provato.

In famiglia non mi trovavo bene. I miei fratelli creavano un baccano con le loro liti. Mamma era sempre indaffarata, mio padre, assente. Dall’alto della quercia, tutto questo mi sembrava lontano e sopportabile. Quello che non ho mai potuto accettare è stato… è stato… come chiamare quel pizzico di straordinario che entrò nella mia vita, portando via la mia serenità? Una storia così non la meritavo.

“Come può una ragazza far capire ad un ragazzo che lui le piace?”. Forse ho sbagliato nel porgere la domanda a mia madre. Lei volle subito sapere il nome del ragazzo. Le parlai di Nicolò. Non se lo ricordava bene. Difatti, Nicolò veniva a casa nostra una volta ogni tanto per aiutare uno dei miei fratelli nei compiti di fisica. La prima volta che l’avevo visto, lui e mio fratello studiavano in sala da pranzo. Io ero entrata improvvisamente. Nicolò si alzò e mi salutò con la testa. Sembrava un soldato in attenti. No, dico una bugia. Furono più i suoi occhi a salutarmi e il suo sguardo non aveva nulla da militare. Io ero lì, impalata, senza saper cosa fare. Siddharta mi scivolò dalle mani.

 “Hai capito, Gianella?”. Mamma aveva tratto una conclusione da un ragionamento che non avevo assolutamente sentito. “Se sei una ragazza seria, così devi comportarti”. Feci di sì con la testa e non ebbi il coraggio di chiederle di ripetere. E se io non fossi una ragazza seria? Capii allora che le ragazze si dividono in “buone” e in “poco serie” a partire dal momento che trovano simpatico un ragazzo. Mamma finì per dire che i ragazzi disprezzavano le ragazze invaghite di loro.

Decisi che Nicolò non mi avrebbe affatto disprezzata. Non entrai più nella sala da pranzo quando lui era lì a far lezione a mio fratello.

Distratta da tante letture in alto alla quercia, non badai alla mancanza di quel segnale che mi aveva resa donna. Aprile, maggio e giugno erano passati e… niente. A luglio, cominciai a sentire dolori in pancia. Il mio ventre era un po’ gonfio. Dissi a mamma quello che mi succedeva e lei si allarmò. Volle sapere se Nicolò e io ci eravamo incontrati. Davanti al mio diniego, domandò se qualcun altro si era avvicinato a me. Sono state inutili le mie parole. Mamma affermava che i fatti parlavano e lei credeva ai fatti. Mi proibì di salire sulla quercia e disse che doveva comunicare a mio padre quel che era successo.

Dopo cena, Papà venne in camera mia. Entrò senza bussare. Leggevo La sonata a Kreutzer. Lui strappò il libro dalle mie mani: “Tua madre mi ha detto tutto!”. Buttò con violenza il libro sul pavimento, lo pestò e, pieno di furore, prese altri libri dalle mensole. Li scaraventò contro la parete, contro lo specchio dell’armadio, contro la scrivania. “Chi è il padre?” gridava e scalciava i libri sparsi sul pavimento. Capii che faceva con i libri quello che avrebbe voluto fare con me. “Li brucerò tutti!” urlò. Uscì dalla camera sbattendo la porta: “Li brucerò, vedrai!”.

Parlava sul serio. Il giorno dopo, tornò con un sacco dove scaraventò i miei libri. Si preparava a bruciare il mio mondo.

Il fumo del falò – il primo – si alzò alto in giardino, più alto della mia quercia.

Quella stessa settimana, mia madre fissò un appuntamento con una dottoressa che abitava lontano. Mio padre ci avrebbe accompagnato con la macchina.

Ogni essere con una vita semplice e innocente, da un momento all’altro e a sua insaputa può trasformarsi in un mostro. Era successo a Gregorio Samsa.

Il destino non dà avvertimenti. Non prepara gli animi a quello che ha riservato ad ognuno di noi. Anzi, si diverte a sorprenderci.

La dottoressa mi incitava a confessare cose che non erano successe. Mi fece un’ecografia. La vidi a disagio mentre guardava lo schermo. “Devo parlare con i tuoi”, mi disse, molto seria. Cercava le parole per rivelare ai miei genitori che io ero, sì, incinta ma… esitava nel dire quello che aveva visto. Ai miei genitori domandò se avevo l’abitudine di salire sugli alberi. Al loro assenso, lei chiarì che la vita che stava crescendo dentro di me, il seme che si era annidato nella mia parte più intima, era… era… il seme di un albero. Mia madre abbassò la testa e disse: “Di una quercia”. La dottoressa continuò: “Il seme di un albero ha trovato in vostra figlia l’umidità e il calore necessari alla sua crescita”.

Fu fissato l’intervento. La dottoressa tolse la vita che si era avventurata dentro di me. Mise dentro ad un vetro con la formalina una pianta piccola piccola.

Avrei volentieri ripreso l’abitudine di salire sul mio albero, ma quando tornai dall’ospedale, la quercia si era ammalata. Aveva il tronco pieno di parassiti, le sue foglie si erano ingiallite. L’hanno dovuta abbattere.

Un falò –  il secondo –  consumò il suo legno. Il fumo si alzò così in alto che disegnò nel cielo una fronte scura. Sembrava una nuvola da temporale.

Nel compiere diciotto anni, lasciai la mia famiglia per andare a lavorare nel più grande vivaio di una città distante. Conduco una vita solitaria, ore e ore chiusa in serra, in mezzo alle piante. La mia casa è in mezzo ad un bosco dove crescono tutti i tipi di alberi, ma non le querce. Ho provato varie volte a piantarle ma non attecchiscono. Ogni pomeriggio, faccio lunghe camminate a piedi.

Di notte, quasi sempre sogno quel delicato ramoscello che la dottoressa ha messo dentro al vetro. Il ramoscello cresce, cresce, rompe il vetro e continua a crescere, fino a diventare una quercia enorme che occupa tutto lo spazio del sogno.

 

Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta nella rivista Kuma, 2009.

E' stato tradotto in francese nell'antologia della letteratura italiana contemporanea Soyons le changement…, Euromédia/Levant, 2016

 

 

 

 

Bookmark the permalink.

Comments are closed.