“Il dramma del mondo” nella poesia di Norah Zapata-Prill

di Comasia Aquaro

 

…si radunano
si spartiscono la pioggia quando piove
si spartiscono la luna quando c’è luna                     
Norah Zapata-Prill

                                                                                                          

   Lo sguardo aperto, pacato e sincero da cui traspariva una  grande generosità umana,  fu ciò che mi colpì subito di Norah Zapata-Prill quando la incontrai la prima volta a Istanbul nel 2009.  I suoi testi non mi delusero, erano bellissimi! Mi venne spontanea e naturale la volontà di tradurli perché, nel leggere quei versi così schietti, mi pareva di sentire la sua stessa limpida voce. Ahimé, presto mi resi conto che avevo  bisogno dell’aiuto di una persona di  madrelingua spagnola per risolvere alcuni problemi di traduzione. I testi apparentemente semplici, in quanto scritti in forma diretta e colloquiale,  presentano infatti espressioni poetiche che  irradiano una  pluridirezionalità di senso che risulta difficile o impossibile restituire in  italiano.  Racchiusi  in una  forma grammaticale perfetta si trovano veri e propri rebus che esigono una traduzione altrettanto precisa e capace di  restituire lo stesso corto circuito del linguaggio presente anche in  lingua spagnola. Tali vertigini linguistiche  approdano a una marea di significati che lascia sgomenti. Per un caso fortuito ho reincontrato, dopo quasi vent’anni, l’amica Aurelia Iurilli che è vissuta per quasi quarant’anni a Buenos Aires e tornata in Puglia vincitrice di un concorso  per insegnare la lingua spagnola. Ho pertanto ripescato i testi tradotti di Norah Zapata-Prill da una cartellina in cui riposavano dalla primavera del 2009 in attesa di miglior tempo e, finalmente, Aurelia  mi ha dato una buona mano a risolvere alcuni di questi rompicapo.

   L’essenza dell’essere è il centro intorno a cui ruota la forma pura e sostanziale di questa poesia. E’ una parola forte, quella di quest’artista boliviana, che non si attarda in inutili pose estetiche. La lingua castigliana che lei usa per scrivere i suoi versi è forgiata con grande maestria e piegata ad ogni esigenza del dire dell’animo umano; laddove non può bastare la lingua, perché nessuna lingua  potrebbe essere sufficiente a tale scopo, ecco che si viene a creare un  vortice nel linguaggio in cui il traduttore può perdersi per giorni e mesi.

   Norah Zapata-Prill è una grande poetessa, grande nella vita come nella poesia ed ha toccato con mano  nella sua esistenza molte piaghe della sofferenza umana. La parola poetica sfiora profondità da brivido. Non si può restare indifferenti: il miracolo di questa poesia è che riesce a  colpire  ciascuno di noi. La materia che plasma  è la  natura umana vista e sentita in tutti i suoi aspetti, incluso quello politico e sociale, “girando intorno allo stesso punto: l’ESSERE/Che questo è vita e il resto, storie”, come precisa la stessa  poetessa in questi versi. Se l’arte è – «la verità del sentire»  come ci insegna Henri Maldiney, questa poesia è parola impastata di carne e sangue in cui chiunque può subito avvertirne l’autenticità che arriva subito all’orecchio del cuore.   Qui forma ed essenza combaciano perfettamente. Il ritmo della poesia è il ritmo della vita: la vita degli esseri umani… nomadi, emigranti, anziani, giovani ­­­­­- la vita di un’umanità che in tanta miseria cerca una luce e che in tanta indifferenza cerca una visibilità. Ci dice infatti  la Zapata-Prill in un suo verso: – “Perché il dolore ci rende invisibili?”-. «Il peggior male è l’indifferenza» – diceva Madre Teresa di Calcutta… difatti, rende ciechi di fronte alla sofferenza!

   La semplicità in cui i versi sono espressi non è che  il traguardo di un assiduo e lungo lavoro alla ricerca dell’essenza.   «Le stelle ci guardano lo stesso, anche se noi non le guardiamo» – mi ha detto una sera Norah nella sua casa di Losanna mentre parlavamo della vita e della poesia. Vita e poesia fanno parte della stessa tessitura: la poesia assume una  forma  limpida proprio quando le sue linee assecondano  il ritmo naturale della vita del poeta –“La mia innocenza aveva forza/impronta, azione/cintura, ritmo”– scrive lei stessa.

   La parola è valida sempre proprio perché cattura il mistero della vita. Alda Merini diceva: – «la semplicità è mettersi nudi davanti agli altri» – ed è proprio questa  la qualità che dà più  forza  alla poesia di Norah Zapata-Prill.   La sua  naturalezza sa formulare l’unico vero discorso: quello di  un’umanità fragile e della  sua interrelazione  con tutto il cosmo. Quei riferimenti frequenti agli elementi naturali che ritroviamo in questa poesia non si possono semplicemente definire metafore. Si tratta in questo caso di un dialogo uomo-natura in cui la radice della Terra  custodisce la sua profonda verità. “Le stelle ci guardano anche se noi non le guardiamo” e le stelle sono lì a guardarci anche se l’uomo  è tanto distratto da farsi sfuggire l’essenza della vita stessa. Voglio a tal proposito sottolineare che la Bolivia, da cui la poetessa proviene, è attualmente l’unico Paese che ha discusso di recente un provvedimento intitolato “Legge della Madre Terra”, il cui scopo è quello di riconoscere i diritti civili della Natura per la tutela e la salvaguardia dell’ambiente. La Natura viene qui posta, giuridicamente, sullo stesso piano dell’uomo allo scopo di  frenare la corsa allo sfruttamento delle risorse naturali e il disastro ambientale che ne deriva. La tutela dell’ecosistema incomincia proprio quando il pianeta viene considerato un “essere” da tutelare: un soggetto giuridico. Del resto,  come molti sanno, in Bolivia c’è il culto della Pachamama che rappresenta proprio la Madre Terra.    – “La radice occorre piantarla per godere dell’albero” –   In questo verso della  Zapata-Prill, per esempio, non vi è un “uso” degli elementi naturali per raccontare l’umano, non si tratta di  una metafora utilitaristica,  qui è la natura che insegna all’uomo e l’uomo si pone in ascolto. E’ un fatto ancestrale nella cultura boliviana questa alta considerazione della natura, tanto che Erika Aldunate, studiosa boliviana di storia delle religioni che ho avuto la fortuna di incontrare i primi di settembre in Puglia, riferisce che le credenze antiche da sempre tramandate oralmente,  pur risultando oggi mescolate  a quelle cattoliche, non sono mai state soppiantate del tutto. Esse  continuano a costituire il fondamento della fede di questo popolo che ha sempre creduto che la Terra è una divinità, che la montagna è una divinità, che l’acqua è una divinità … e pertanto, tutto ciò che fa parte del pianeta è partecipe della  corrente cosmica e, come dice Norah Zapata-Prill, – il fiume si fa oceano nel quale vivono migliaia di correnti” -. Il pianeta  è un’entità spirituale di grande valore in Bolivia: il sacro è la vita in tutte le sue manifestazioni e l’armonia cosmica è frutto di questa relazione tra gli esseri e il mondo.  Il cosmo e l’uomo sono un tutt’uno senza alcuna  gerarchia di potere fra essi. La poesia di Norah Zapata- Prill  è una poesia che ha captato in sé il ritmo della vita e la sacralità del vivere insita persino nel dolore e nella sofferenza più estrema. La poesia quando è poesia non è metafora della vita, ma dice la vita stessa… fino al punto di dire la morte perché anch’essa è parte della vita  e fino a riuscire a  esprimerne il mistero, pur nella sua ineffabilità. Il poeta difatti riesce a sfiorarlo al culmine della grazia poetica e a trasmetterlo attraverso quel  grido nel caos cosmico:“Ogni cosa nasce con un grido nel profondo di sé stessi/ perfino dalla  morte si eleva il grido di un’altra nascita…”.  La lingua castigliana che Norah Zapata usa con grande raffinatezza viene forgiata con  esattezza per  esprimere  l’indicibile, per “Vestire il silenzio”. Ed ecco allora, che il discorso diviene così profondo, tanto che il linguaggio stesso pare  lacerarsi  sino a divenire apparentemente afasico. Non voglio aggiungere molto sulla poesia di Norah Zapata-Prill, perché è una poesia che non si presta a grandi interpretazioni  accademiche. Qui l’accademia importante come già detto è la vita… E  nella vita c’è tutto: la politica, la fede, l’amore, la sessualità, la natura, e la poesia… e poi…  “In che pianeta l’amore degli uomini?” –  si chiede la poetessa  – e ce lo chiediamo anche noi! La voce di Norah Zapata-Prill è quella di una grande profetessa che pone degli interrogativi e che dice  quello che noi sentiamo da tempo, e cioè che c’è qualcosa che non va nel mondo: che ci sono molti “Dimenticati”, che “Dormono nei loro incubi ingabbiati”, molti “schiavizzati” dal potere e che, da tutto ciò, occorre avere la forza di uscire con coraggio, sicuri che “Solo un lume contrasta con la notte”. La penna di Norah è pungente, dolce, amara, esatta come un bisturi e meravigliosa come un arcobaleno da acchiappare a volo. Del resto le piacevoli conversazioni intrattenute con lei mi hanno convinta ancor di più che spesso la vera  poesia  arriva soltanto  dopo che ha già scavato in silenzio nella vita del poeta, tracciando solchi fertili  nella  sua sensibilità. Solchi in cui il seme della poesia può crescere in verità e intensità. L’amore vero, quello universale, di cui si accenna in questa poesia,  nulla chiede per sé, nulla promette: “L’amore è deserto che non promette né forme né sentieri/E’ abisso nei cui limiti l’universo pianta radici invisibili”, ma “la radice occorre piantarla per godere dell’albero”…E qui poeti e artisti insieme a Norah cerchiamo intensamente di piantare nel mondo questa radice e forse non è vano resistere e  lottare per un mondo più giusto, perché può accadere e accade come dice Norah :“In un istante della via il bene ci sopravviene alato”.

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