Christiana De Caldas Brito, scrittrice brasiliana in Italia, un « grande e creativo laboratorio interculturale »

Intervista a cura di Silvia Condarcuri

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Silvia Condarcuri: Quali sono state le ragioni che l'hanno portata in Italia?

Christiana De Caldas Brito : Ho ottenuto una borsa di studio in sociologia a Roma.
 
S. C. : Che cosa le ha fatto scegliere l'Italia e non un altro paese?
C. D. : Contemporaneamente avevo ottenuto un’altra borsa di studio in scienze religiose a Louvain, in Belgio. La mia scelta è stata basata soprattutto sulle caratteristiche italiane più simili a quelle del mio paese : clima, temperamento della gente, presenza del mare. A Louvain avrei dovuto restare tre anni e la borsa in Italia era di soli sei mesi.
 
S.C.: Qual è stato il suo percorso da quando è arrivata in Italia?
C. D. : Ho frequentato il corso di Sociologia all’Università Internazionale degli Studi Sociali Pro Deo (dove oggi è l’attuale Luiss). Sono tornata a Rio de Janeiro, la mia città, dove insegnavo. Alla fine dell’anno scolastico (che lì finisce a dicembre) ho sposato un ragazzo che avevo conosciuto a Roma.
 
S. C.: Con quale lingua le è più naturale scrivere? Il portoghese, lingua materna e dell'infanzia, o l'italiano, lingua d'adozione e/o lingua d'elezione?
C. D. : L’italiano esce più spontaneamente, anche se ancora commetto alcuni sbagli dovuti alla scarsa percezione uditiva delle doppie (problema di stranieri di varie provenienze).  Vivendo in Italia, per evidenti ragioni d’integrazione, ho scelto la lingua italiana. 
 
S. C.: Lei ha affermato che per lei è stato importante poter scrivere in una lingua diversa da quella materna. Perché? Sua mamma è scrittrice, è  per questa ragione?
C. D : Mia madre è stata una scrittrice. Credo che aver avuto l’opportunità di scrivere in una lingua diversa mi abbia aiutato a trovare la mia strada, senza l’influenza da parte di mia madre.
 
S. C.: Non pensa che in fondo la vita di ciascuno di noi è diversa e quindi ispirata da fatti, emozioni o persone diverse?
C. D.: Senz’altro, ma quando si parla di stile e di influenza letteraria, la situazione cambia. Una madre scrittrice per aiutare una figlia che scrive tende ad applicare alla figlia quello che funziona per lei, impedendo così alla figlia una reale differenziazione tematica e stilistica.
 
S. C.: Lei è psicoterapeuta. Questo lato della sua personalità  ha avuto un’influenza sulla sua scrittura e sui suoi romanzi?
C. D.: Credo che siano i lettori i più adatti a dirlo e difatti lo dicono in molti (e anche i critici). Se è  successo, è stato in modo inconscio. Posso solo dire che l’interesse che mi ha portato a svolgere l’attività di piscoterapeuta è lo stesso che mi ha fatto approdare alla scrittura.
 
S. C.: Qual è stato il primo racconto che ha scritto? E qual è stato il primo libro che ha pubblicato?
 
C. D.: Ho scritto il mio primo racconto in un quaderno, a sei anni. Io lo chiamavo      « romanzo » e aveva ben 26 pagine!
In Italia, con il mio primo racconto scritto in « portuliano » (una lingua fatta di portoghese e italiano mescolati) ho vinto il secondo premio  narrativa. Era il I° Concorso Eks&Tra per Scrittori Migranti. Il racconto si chiamava « Ana de Jesus». L’ho trasformato poi in un monologo teatrale che è stato rappresentato in tutta Italia. L’attrice era brasiliana, il chitarrista un carioca come me. La regia e l’illuminazione erano mie.
 
S. C.: Nel 1998, il professor Armando Gnisci, le chiese di scrivere dei racconti che parlavano di donne?
C. D.: Questo libro è intitolato Amanda Olinda  Azzurra e le altre.
 
S. C.: Perché proprio le donne?
C. D.: È stata una precisa scelta editoriale quella di raccontare storie di donne.
 
S. C.: Quali sono le sue fonti di ispirazione?
C. D.: La vita quotidiana, i sogni notturni, le letture, il cinema. Anche la pittura.
 
S. C.: I libri sono stati da sempre presenti nella sua vita, ma che cosa le ha fatto scegliere di diventare scrittrice e come si è manifestato questo desiderio?
C. D.: Già da piccolina, stimolata dall’esempio materno. Anche mio nonno era stato un poeta dell’Accademia Brasiliana di Lettere. Quando mi domandavano cosa volevo essere, rispondevo sempre « una scrittrice..»
 
S. C.: Che cosa rappresenta per lei la scelta della lingua italiana come mezzo di espressione, un nuovo immaginario, una maggiore libertà d'espressione, una sfida?
C. D.: Sicuramente un allargamento del mio immaginario originario, un invito a nuove forme di creatività, una sfida anche.
 
S. C.: Perché ha scelto questo come mestiere? Che cosa rappresenta per lei la scrittura?
C. D.: E’ un modo di conoscere me stessa, di approfondire il contatto con la realtà. In altre parole, un modo di avere maggior consapevolezza di me, degli altri e del mondo che mi circonda.
 
S. C.: I personaggi dei suoi libri chi rappresentano? Gli italiani, i brasiliani, i suoi pazienti o il suo entourage o ancora è un misto di tutte queste figure?
C. D.: Sì, i miei personaggi sono tutto questo. Vorrei soltanto che non dimenticassero di essere umani, con qualità e difetti, contraddizioni ed emozioni (paura, gioia, coraggio e così via).
 
S. C.: Nelle storie da lei raccontate possiamo riconoscere alcune tradizioni, usi o riti che si ricollegano alla sua terra natale?
C. D.: Certamente. Racconti come « Camuamu » (nome da me inventato), « José », « Cara Jandira» « Lavandaie in quattro tempi» sono tutti racconti che si svolgono in Brasile e riflettono la mia realtà di origine. Ma è la mia realtà raccontata agli italiani.
 
S. C.: Da quanti anni vive in Italia?
Dal 1965, però per lunghi periodi sono stata all’estero (Buenos Aires, Austria e il Brasile stesso). A São Paulo del Brasile sono stata per 9 anni, fino al 1990 ; lì ho anche esercitato la psicoterapia, inoltre ho ottenuto il diploma della Scuola d’Arte Drammatica, corso triennale.
 
S. C.: Oggi sente di appartenere più all'Italia o al Brasile? O forse a tutti e due?
C. D.: Sento di avere più di prima con la mia doppia nazionalità.
 
S. C.: La scrittura l'ha aiutata a dimenticare la distanza tra lei e il suo Paese, tra lei e i suoi affetti?
C. D.: Sì, scrivere è una forma per mantenere e continuare gli affetti. La scrittura ci avvicina alle persone lasciate e ai luoghi perduti ; in altre parole: scrivere rende più sopportabile la “saudade”.
 
S. C.: Per lei la scrittura può avere un ruolo terapeutico?
C. D.: Riuscire a trasformare le proprie emozioni in parole offre a tutti un modo nuovo di elaborare le proprie emozioni. È come chiedere a un bambino di disegnare quello che lo spaventa: il bambino riesce a vedere fuori, su un foglio di carta, quello che crede sia dentro di sé. Disegni e parole cambiano  il rapporto  che gli esseri umani hanno con le proprie emozioni. Inoltre, ogni atto creativo ci rende più felici. Scrivere una storia è  un divertimento, anche se ha degli aspetti ardui che obbligano a coltivare la perseveranza e la disciplina.
 
S. C.: Le faccio questa domanda pensando ad un libro intitolato Il mio nome non è Wendy scritto da Wendy Uba in collaborazione con Paola Monzino: si tratta della testimonianza delle difficoltà che una giovane donna ha affrontato nel lungo viaggio per arrivare in Italia (la terra promessa). Quest’opera rientra nella categoria degli “scritti a quattro mani”. Cosa ne pensa di questi libri spesso autobiografici, in quanto terapeuta e scrittrice?
C. D.: Possono servire per mettere ordine in un’esperienza ancora caotica. Ma il criterio per considerare la validità di un libro è quello della buona o cattiva letteratura. Non ho letto il libro sul quale mi fa la domanda, quindi rimango nella genericità della risposta.
 
S. C.: Attualmente sta lavorando ad un altro libro? Può darcene qualche accenno?
C. D.: Sì, un nuovo romanzo che ha il mare per leit motiv, così come il primo romanzo (500 Temporali) ha avuto la pioggia come motivo principale.
 
S. C.: Le case editrici Cosmo Iannone e Eks&Tra hanno pubblicato alcuni dei suoi libri. Con chi continuerà?
C. D.: Ho pubblicato anche con Lilith,  Oèdipus, Il Grappolo. Prima penso a finire un testo, poi si vede con chi pubblicarlo. I problemi sono tanti, bisogna procedere con metodo.
 
S. C.: Il passaggio dall'idea alla scrittura è istantaneo oppure il progetto di elaborazione di un racconto o romanzo può durare a lungo nel tempo?
Dopo aver individuato l'idea, qual è il metodo da lei seguito per la creazione, quali sono le diverse tappe?
C. D.: Non esiste una regola fissa. La creatività è piena di mistero. Alcuni racconti, quelli che provengono da sogni notturni, escono di getto; altri sono il prodotto di molte elaborazioni. Con il romanzo il processo è più complicato: devo esercitare la disciplina e la pazienza, fare  dei tentativi, eliminare parti alle quali mi sono affezionata ma che non aiutano lo scorrere del testo.
Il grande problema artistico è materializzare l'idea. Nessuno è artista con le sole idee. Bisogna concretizzarle le idee. Lo scrittore lo fa con le parole.
Mi piace lavorare la mattina molto presto, appena sveglia, quando il telefono non suona e l'aria presenta la freschezza di un nuovo giorno.
 

 

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