Gabriele Fichera

Intorno al romanzo di Daniele Comberiati, Vie di fuga. Besa, 2015, 138 p.

 

Reagendo alla moda indigesta di scritture e rappresentazioni che pretendono di essere “realistiche” solo perché riproducono in modo piatto e acritico gli strati più superficiali e meno autentici della vita odierna, Daniele Comberiati, a partire già dal Prologo del suo nuovo romanzo Vie di fuga, esibisce la precisa volontà di non darci un referto letterario banalmente realistico. Ed in effetti la storia di Matteo Bertola, impiegato precario presso una ditta americana di pompe funebri, chiamato da Roma in un paesino sperduto del calabrese, per comporre un doppio epitaffio in memoria di due amici defunti, ha parecchio dell'inverosimile. I personaggi centrali del libro sembrano appartenere ad un universo favolistico e la loro natura simbolica pare prevalere sulla sostanza reale. Francesco e Andrea muoiono lo stesso giorno. Andrea nasce proprio mentre il padre muore in un incidente minerario in America, e più tardi si troverà in Belgio e in Svizzera nei frangenti tragici delle stragi di Marcinelle e Mattmark, salvandosi per puro caso. Il figlio di Francesco, Marcello, nasce nel 1959, qualificandosi subito come figlio metaforico del boom economico. Anche Marcello subisce un processo di disincarnazione simbolica, e finirà per essere identificato dalla comunità come uno “scavieddu”, ovvero uno spiritello malvagio che attira ogni disgrazia. 

Per bilanciare quest'aura fiabesca il libro propone un'ambientazione nettamente delineata: il microcosmo di Petilia Policastro. Un luogo che però, per quanto reale, è così distante, per le sue caratteristiche socio-culturali, dall'immaginario medio del lettore di oggi, da apparire comunque non meno fantastico della mitica Macondo o della contea di Yoknapatawpha. Non è un caso d'altronde che fin dalla prima pagina del romanzo il protagonista maneggi delle cartine che lo condurranno in luoghi “esotici” e misteriosi come appunto la provincia di Crotone, o che poco più avanti Petilia ci venga descritta con l'ausilio di una mappa che, conservando un punto di vista astratto e dall'alto, indica i luoghi principali del villaggio, mantenendosi a una certa cautelosa distanza. Eppure, nonostante questa pellicola protettiva, il protagonista Matteo verrà investito da una pluralità di racconti e testimonianze che si collocano nel pieno del magma storico di un intero secolo, a partire dall'Unità d'Italia, dalla questione meridionale e dal brigantaggio, su su fino all'emigrazione di massa dei primi decenni del Novecento, al boom economico di fine anni Cinquanta, e alla rivolta di Reggio (1970). Il “romanzo” di Comberiati risulta essere così una costellazione di piccole storie e di forme brevi, un campionario stilistico di “rapidità”: leggende, racconti, proverbi, sms, i disegni fulminei di Matteo, e sullo sfondo, la funerea laconicità dell'epitaffio. L'universo a cui il libro appartiene sembra più quello della narrazione breve e oraleggiante che quello del romanzo tradizionale, nel senso del novel ottocentesco. La storia compie infatti uno scarto di assoluto rilievo quando si affaccia sulla scena la figura del “narratore”. Si tratta di Davide, un anziano ebreo che rappresenta la coscienza storica del paese, la memoria vivente del suo passato, ed è l'unico in grado di diradare la nebbia misteriosa dei destini di Francesco e Andrea. Questa trasparente figura della modernità illuministica – è uno dei pochi a non credere alle varie leggende magiche che circolano a Petilia – errante e deraciné, posta al centro di un romanzo che fa del tema dell'emigrazione la sua colonna portante, è l'unica che possa davvero aiutare Matteo a comporre il famoso epitaffio. Ma ciò che il saggio ebreo Davide riuscirà ad insegnare al giovane Matteo andrà ben oltre le singole informazioni sui defunti. C'è un passo nel romanzo in cui il giovane scrittore si sorprende nell'atto di percepire in modo nitido l'invecchiamento improvviso del narratore:  «Non si invecchia lentamente […] ma a scatti improvvisi», sottolinea Matteo. Allo stesso modo è all'improvviso e in modo rapidissimo che Matteo, dopo giorni e giorni di impasse, scriverà infine il tanto agognato epitaffio per cui era stato ingaggiato.

Dopo l'incontro con la comunità di Petilia, e in particolare con il narratore Davide, vero e proprio custode del Tempo che passa, “artigiano” della parola capace di lavorare l'umana esperienza, dandole una forma narrativa, dopo questo fatale incontro dunque Matteo non solo saprà scrivere con sicurezza un epitaffio non retorico o descrittivo, ed invece pietosamente allusivo ed ambiguo, ma soprattutto trarrà degli insegnamenti decisivi per la sua stessa esistenza. Il protagonista rifiuterà l'insulso lavoro, romperà un rapporto d'amore ormai consunto, e si consegnerà al proprio avvenire con uno scetticismo e un disincanto che sembrano apparentarlo al “superfluo” Franz Tunda, memorabile, errabondo protagonista di un bel romanzo di Joseph Roth, il cui titolo ricorda almeno in parte il nostro: Fuga senza fine.

In uno stimolante saggio da poco rieditato – Terra inquieta di Vito Teti – dedicato alla Calabria e all'erranza meridionale, l'autore ha proposto un parallelo fra Corrado Alvaro, cantore della fine della civiltà contadina calabrese e Joseph Roth, poeta della fine dell'Impero asburgico. È probabile che anche quest'opera di Comberiati possa essere collocata nella medesima linea letteraria, che si distende in modo saliente e proficuo nel punto in cui confluiscono grandi svolte storiche, movimenti impetuosi e drammatici di masse disperate, e destini individuali sempre in bilico fra commozione, umanissima pietà e inesorabile insignificanza.       

 

 

 

 

 

 

 

 

Bookmark the permalink.

Comments are closed.