Revue Notos

Le front des oliviers

Espace de débat autour des mondes méditerranéens

 

Romano Summa

Michela Murgia, Ascanio Celestini :
le travail au cœur de la littérature italienne contemporaine, 
de l’usine au call center, de l’ouvrier au travailleur précaire

 

L’innovation de Michela Murgia: du rôle de téléphoniste/blogueuse à celui d’intellectuelle militante

Née en 1972 à Cabras (OR), Michela Murgia figure, sans doute, parmi les écrivains italiens contemporains les plus significatifs. Son premier livre, Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria, écrit en 2006, est le journal quotidien d’un mois vécu personnellement dans l’enfer d’un « call center ». Il a connu un succès de librairie considérable, il a inspiré une œuvre théâtrale homonyme de David Emmer et Teresa Saponangelo, et en 2008, le film de Paolo Virzì, Tutta la vita davanti.   lire la suite

 

Fathi Nagga

Dove va la Tunisia?

       Dove va la Tunisia  e cosa ci attende nel futuro non lo sappiamo ancora. La giovane Tunisia liberata riuscirà a realizzare il passaggio verso la tanto agognata democrazia? Il paese è entrato in una delicata quanto fisiologica fase di passaggio oppure in una crisi pericolosa  di cui non si intravede la via d’uscita? Quali sono le difficoltà che incontriamo e incontreremo ancora a lungo per sbarazzarci di tutti i residui e della pesante eredità del nostro oscuro passato? Sono queste le domande che ogni comune cittadino, ogni intellettuale e ogni militante politico si pone, osservando e “vivendo” la nuova Tunisia che muove incerti passi, malfermi.

       I partiti, i sindacati, gli intellettuali ed altre figure sociali si situano con evidenti difficoltà  nella nuova realtà, creatasi dopo la rivoluzione del mese scorso, rapida, fatta da giovani estranei a qualsiasi militantismo politico, volutamente senza bandiera.

       A spingerli in strada una sola terribile motivazione: l’esasperazione nel sentire continue e inutili promesse,  palesi prese in giro, di subire vessazioni quotidiane grandi e piccole.

       Ha passato loro il testimone un giovane come loro, che si era ribellato all’ennesima umiliazione dandosi fuoco.  In un tempo record, e senza avvisaglie, eccoci liberi da una dittatura da cui noi non abbiamo saputo (o potuto o voluto) liberarci, né da giovani – al tempo di Bourguiba né da adulti – nel ventennio di Ben Ali.

       Eccoci liberi: i giovani ci hanno offerto una libertà che nessuno s’aspettava e ce l’hanno affidata (pur continuando a vigilare sulla loro conquista): ma la sua gestione ci riesce assai difficile . Alcuni rappresentanti dei partiti si sono proposti quali protettori di questa rivoluzione, si sono uniti a quel primo governo provvisorio di cui facevano parte vari rappresentanti del vecchio regime: il popolo – e di nuovo i più giovani in prima fila si è ribellato di nuovo mentre alcuni intellettuali – per ragioni diverse lo sostenevano. Il popolo l’ha spuntata di nuovo ed il governo ha subito dei rimpasti, proponendo una nuova formazione. Anch’essa non riscuote il consenso generale.

       D’altra parte,  con un governo transitorio formato da personaggi sconosciuti ai più e che non esitano a fare promesse spesso oggettivamente irrealizzabili al popolo e in nome del popolo… Come non dare torto ai molti scettici? Il popolo – silente da sempre oggi urla la sua rabbia e le sue rivendicazioni, grandi, piccole, leggittime o francamente assurde.

       Nei posti di lavoro e nelle amministrazioni si è intanto scatenata la “caccia all’uomo”, al responsabile odiato, al superiore severo da cacciare subito, dopo un rapido processo sommario.
Ne è un esempio emblematico quanto succede nel nostro istituto (Istituto Superiore delle Scienze Umane di Tunisi).

       I Direttori di tutti gli Istituti sono sempre stati designati dal governo e sono membri del Partito di Regime. Dopo la sospensione di esami e lezioni durante  le settimane più drammatiche della rivoluzione, il 24 gennaio 2011 il Direttore ha convocato tutti i docenti per una riunione in cui si decidesse del futuro dell’anno accademico e ovviamente della Direzione dell’Istituto. Nel suo discorso il Direttore ha dichiarato di essere pronto ad abbandonare il suo incarico, a dare le dimissioni assicurando la transizione e il passaggio delle consegne nelle migliori condizioni. Dopo una lunga  e accesa discussione in cui volavano accuse dirette o velate a Tizio o a Caio, e si susseguivano le confessioni dell’uno o dell’altro di collaborazionismo “forzato” col vecchio regime per le ragioni più diverse, si è convenuto di lasciare il Direttore “compromesso” al suo posto, anche perché mancavano soltanto  due mesi allo scadere del suo mandato e per assicurare  il buon funzionamento dell’Istituto sarebbe stato più conveniente un cambio di direzione meno traumatico.

       Tutti si sono offerti – sindacati compresi di garantire ed appoggiare questa soluzione. Si sono svolti gli esami e sono riprese – assai timidamente alcune lezioni ma coloro che  garantivano protezione al passaggio meno brusco della Direzione sono stati i primi ad organizzare comizi contro il Direttore e contro gli altri responsabili         (segretario generale ed economo) per destituirli giustificandosi affermando che sono gli studenti che non li vogliono quando in realtà gli studenti non hanno ancora ripreso a frequentare regolarmente le lezioni. Abbiamo  passato tutta una settimana a discutere sull’opportunità  di destituire o meno un Direttore che dovrebbe partire normalmente e definitivamente fra tre settimane.

       Risultato: fino ad adesso non abbiamo ricominciato né ad insegnare né a capire dove stiamo andando in questo Istituto. Davanti a tutta questa agitazione, Rettore e Ministero stanno a guardare senza prendere nessuna posizione a riguardo.

       L’esercizio della democrazia è molto difficile dovremmo prima chiarire a noi tutti che cosa è la democrazia.  A tutti noi senza eccezione.
La nuova televisione post-rivoluzione continua come ha sempre fatto a produrre trasmissioni senza senso.  Invita spesso persone che urlano e gridano la libertà. Assistere a un dibattito confonde spesso le poche idee e mina le deboli convinzioni.
Sulle pagine dei giornali molti testimoniano dei tempi passati (sotto Bourguiba  e Ben Ali) e pochi si avventurano a parlare del futuro. Si fanno vedere i patrimoni e le ricchezze rubate al paese dal vecchio dittatore si promette di recuperarli senza spiegare alla gente semplice quanto sia difficile (o impossibile) questa operazione.
L’unico partito che sembra già organizzato e ha più o meno le idee chiare è di matrice islamica e fa paura a tutti.

       Nel paese quotidianamente c’è almeno una manifestazione pacifica e spesso non si capisce chi l’organizzi. Nessuno è capace di dare un’informazione giusta. E’ stata attaccata la sinagoga di Tunisi ed è stato sgozzato un prete polacco. Alcuni dicono che ne sono responsabili gli islamisti, altri dicono che sono gli irriducibili della milizia dell’ex partito al potere e altri ancora affermano che dietro ci sono partiti politici che non hanno ancora avuto un’autorizzazione e vogliono con atti terroristici fare pressione al governo transitorio.

       La confusione  generale regna sovrana, e trovare il bandolo della matassa non sarà affatto semplice. Uomini di buona volontà cercasi.  

 

Alfonso Campisi

Trilinguisme en Tunisie : un sujet qui dérange

 

Depuis des années, je m’occupe en tant que linguiste et philologue de la langue parlée  par mes étudiants tunisiens.
Un sujet qui n’a jamais pu être abordé sérieusement et « pacifiquement »  à cause de la dictature qu’on a vécue pendant 23 ans sous le régime  Ben Ali.
Un sujet qui dérange  énormément  tous les panarabistes  convaincus, mais comme tous les sujets dérangeants, ceci mérite une analyse approfondie et honnête.
Le problème de la langue est une priorité de notre gouvernement.
Mais de quelle langue parle-t-on ?
La complexité linguistique en Tunisie touche profondément à la politique, au niveau culturel de nos jeunes et aux innombrables défaillances  du système éducatif.
Partons donc du principe que chaque peuple peut avoir une, deux, voire trois langues officielles et/ou maternelles. Prenons l’exemple des Maltais, des Belges, des Suisses, des Luxembourgeois et d’un nombre considérable de peuples africains.
La langue maternelle est celle avec laquelle nous nous exprimons tous les jours, parlée sur tout le territoire national  et avec laquelle j’exprime tous mes états d’âme : la joie, l’amour, mais aussi la rage, les chagrins…
Ma langue est celle que j’utilise quotidiennement et sans aucune imposition,  avec mes parents, mes amis, mes professeurs, mes collègues de bureau etc.
Nous les Tunisiens, utilisons dans tous ces circonstances là, notre langue maternelle qui est le TUNISIEN.
Oui j’ai bien dit le tunisien ou l’arabe tunisien pour faire plaisir à ceux ou celles qu’en lisant mon article, commencent à faire des grimaces en signe de désaccord.
Le Tunisien est une langue. Le Tunisien n’est pas un dialecte.
Tous les critères linguistiques sont respectés, car le Tunisien possède toutes les règles propres à une langue avec sa propre grammaire, que beaucoup ignorent ou veulent bien ignorer.
La langue est le miroir de tout peuple et de toute nation. La langue vit grâce aux apports extérieurs qui en font leur richesse.
La langue reflète notre identité culturelle et l’appartenance à une région géographique  et/ou à un régime politique.
Si nous prenons l’exemple des pays du Maghreb, nous pouvons nous rendre compte que chaque pays possède sa propre culture à laquelle tient énormément  et que grâce à celle là, il  peut se différencier des autres.
Cette différence culturelle s’exprime essentiellement par sa langue.
A titre d’exemple citons le Maroc ou l’Algérie qui ont une culture et une langue propre à eux qui les rendent différents de la Tunisie.
Pourquoi alors on continue à refuser notre langue tunisienne et nous nous obstinons à considérer comme seule langue maternelle, la langue arabe ?
Une des innombrables réponses est sans aucun doute le panarabisme et sa dictature.
Ce mouvement  politique, culturel et idéologique fortement séculier qui vise à unifier les peuples arabes, se proposant comme le défenseur de l’identité arabe.
Mais de quoi parle-t-on ?
Unification des peuples arabes ?
Défense de l’identité arabe ?
Vous avez déjà vu les peuples arabes unis ?
Vous avez déjà vu une unité politique, culturelle et idéologique entre les pays arabes ?
Tout ça relève du faux et surtout après le 14 janvier où le soulèvement des masses arabes et notamment tunisienne ont souligné encore une fois cette différence culturelle et linguistique.
Rappelez-vous que notre « mot d’ordre révolutionnaire » a été DEGAGE.
Nous nous sommes exprimés donc dans notre deuxième langue, qui est le français.
Notre voisin, la Libye ne s’est exprimée ni dans cette langue-là, ni sa façon de lutter contre le dictateur a été la même.
Sa démarche pour la conquête de la démocratie a été et continue à être totalement différente de la nôtre.
Et pourtant on est des voisins !!!
Pour revenir maintenant au système éducatif, le manque d’une identité linguistique crée un grand problème au niveau culturel et identitaire chez nos jeunes.
Cette recherche de l’identité expliquerait donc à mon avis, les incompétences linguistiques de nos étudiants, qu’une fois arrivés à l’Université n’ont aucune maîtrise de l’arabe,  leur langue
soi-disant maternelle, ni du français, leur deuxième langue.
L’écolier, le lycéen, l’étudiant, doivent avoir la possibilité de s’exprimer, d’écrire et d’étudier dans leur vraie langue maternelle, le tunisien et aussi le français.
Ce sont les seules deux langues en Tunisie, qui ne sont pas statiques et qui évoluent tous les jours avec l’apport de néologismes liés à l’informatique, à la science, à la médecine etc.
La langue arabe classique, est par contre statique, liée au religieux et ne respecte pas le principe fondamental de la linguistique, c’est à dire l’évolution.
Notre système éducatif a un besoin urgent d’être adapté aux exigences de nos jeunes auxquels on a imposé une arabisation sauvage et indiscriminée, dévalisant leurs cerveaux de toute sorte de connaissance et d’esprit critique.
Il s’agit d’une spoliation du savoir voulu expressément  par le régime dictatorial qui a su créer une masse d’analphabètes diplômés, nuls en arabe, nuls en français et privés de toute forme d’esprit critique et d’analyse.
Je me demande comment peut-on avoir un bon niveau  culturel et linguistique quand nos étudiants se trouvent face à trois langues « nationales non déclarées ».
Ils parlent leur langue, le tunisien, mais celle ci n’est pas officielle, on les oblige à écrire en arabe littéraire qui a tous les caractéristiques d’une langue étrangère, et on leur fait suivre des cours en français.
Cette dernière, le français, demeure la langue de la culture, de l’élite, de l’informatique, mais aussi de l’enseignement et passeport pour l’Europe pour tous les désireux de continuer leurs études sur le vieux continent.
Nous  sommes tous responsables de la baisse du niveau culturel et intellectuel.
Le nouveau gouvernement doit remédier  à tout cela et se mettre dès maintenant au travail.
Nous les universitaires,  ne pouvons plus tolérer cette schizophrénie linguistique qui voit des matières enseignées en arabe littéraire au collège, pour passer ensuite au lycée en français.
Il faut donc se décider une fois pour toutes et choisir entre l’hypocrisie du panarabisme et l’incompétence, optant ainsi pour une arabisation généralisée de notre système, ou bien  le développement de l’esprit critique et d’analyse propre à une démocratie qui passe par une francisation complète de l’enseignement, arrêtant définitivement de considérer le français comme la langue du colonisateur.
Celles-ci ne sont que de réflexions désuètes et stupides.
Il faut donner au français et au tunisien le statut qu’ils méritent  si on veut vraiment avancer dans la lutte contre l’ignorance  et l’illettrisme.

Alfonso Campisi est Maître de conférences en Philologie romane, Directeur du département d’Italien à l'Université de Tozeur ISEAH – Tunisie.

 

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